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Mio Dio come siamo caduti in basso.

di Mariano Turigliatto 

Aula universitaria, ore 14,30 di venerdì 5 settembre. Ragazzi e ragazze (sono in maggioranza) in trepidante attesa di essere chiamati da una addetta che, sulla porta, sfoglia l’elenco per consegnare a ciascuno un talloncino di riconoscimento.
Con discreta efficienza i candidati vengono ammessi all’aula; a ciascuno viene assegnato un posto con tutto il necessario. Prendo posto in fondo, come mi dicono di fare.
La fese di accreditamento dei candidati dura circa tre quarti d’ora: alle 15,15 prende il via la prova e riceviamo l’ordine di aprire le buste. Ci fanno sapere che abbiamo un’ora di tempo.
Le domande sono 100, dunque una media di 33 secondi per domanda, davvero un po’ poco, visto che alcune richiedono la lettura di brani non sempre chiari e che necessitano di qualche riflessione in più. Pazienza…
Ci sono i giochini coi numeri e con le forme, ci sono le domande di lettura di qualche tabella, domande da pervertiti su testi sovente scritti apposta per confondere… ma anche le famigerate domande di cultura generale. Eccone alcune che ricordo a memoria:
“In cosa si era laureato Freud?”: tra le cinque possibilità di risposta c’era sia Medicina che Psichiatria, ma poi a cosa serve?  
“Quale dei seguenti paesi non ha partecipato alla guerra dei trent’anni (1618-1648)?”. L’elenco era fatto di paesi  che hanno combattuto gran parte delle guerre europee. Ho dovuto pensarci a lungo… e ho insegnato storia per oltre vent’anni!
E poi ancora l’Innominato, Giasone e il Vello d’oro, il motto dell’Unione europea e altri quiz copiati spudoratamente da Mike Bongiorno.
Eh già! Altro che test attitudinali, questi sono giochi di nozionismo scemo, di quello che fa malissimo alla scuola e che produce danni inenarrabili perché accredita l’idea che la cultura sa fare bene le parole crociate.
E così, mentre guardavo quei ragazzi giocarsi un anno in quel modo pensavo a quanto sarebbe stato bello se su quei banchi ci fossero stati gli insegnanti: costretti a giocarsi un anno di lavoro con quelle domandine del ….
Già l’idea del numero chiuso fa a pugni con una società aperta e inclusiva, capace di trovare modi per aiutare chi vuole provarci, ma che poi si realizzi in questo modo è davvero troppo.
Non è una questione banale: dato che vogliamo conoscenza e sviluppo dolce, sempre più ognuno di noi troverà a entrare e uscire dal sistema formativo per tutta la sua vita, integrando lavoro e studio per restare al passo e contribuire efficacemente all’innovazione necessaria. Come si fa? Serviranno forse questi test per riportare il nostro paese dove vorremmo che fosse?  

 



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