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Partiti leggeri e pesantezze ideologiche.

di Mariano Turigliatto 

La conclusione del congresso di Rifondazione ha messo in luce certamente i contenuti di una situazione di crisi, ma anche e soprattutto un’attitudine che sembra pervadere la sinistra (estrema e non) oltre che settori consistenti di questo nostro paese malato: la tendenza a distruggere tutto mediante la ricerca della purezza ideologica, dell’omogeneità a tutti i costi, di una tranquillizzante uniformità.

E dire che – per contro - sembrava che i partiti fossero avviati a diventare sempre più dei contenitori “leggeri”, fortemente personalistici, da dare in “appalto” a quelli che giurano fedeltà (non lealtà) al capo. Giusto il contrario, dunque.

Entrambe le tendenze mettono in luce la malattia italiana perché costituiscono l’antipolitica per antonomasia, cioè l’incapacità di sviluppare dialettiche progetti, programmi, iniziative mettendo in relazione opzioni diverse, scegliendo, assemblandole, scartando quelle non convincenti o non aderenti alla propria sensibilità, inserire aspetti che rappresentano punti di vista dell’altro non in conflitto con i nostri.

L’antipolitica non è forse l’incapacità di fare tutto questo? Rifugiandosi in assunti indimostrabili, in stereotipi ideologici corretti per definizione, ma che non portano da nessuna parte. O, al contrario, riducendo l’attività politica a organizzazione della raccolta di voti, con le stesse strategie e i medesimi obbiettivi di chi vende beni e servizi.

L'arroccamento del congresso di Rifondazione – almeno per come lo apprendiamo dai giornali - è un segno dei tempi e l’espressione di una difficoltà a navigare nel mare periglioso accettando sfide e confronti che possono mettere in crisi non tanto i valori, ma certamente i modi di sviluppare l’attività politica. Spaccare il capello in quattro, fare continui esami del sangue ai compagni di viaggio, distinguere su tutti e discutere fino allo sfinimento, sono tutte attività che producono il rigetto e la facile ricerca di semplici e inutili scorciatoie

Chi si occupa di politica - ma in generale chi si occupa di relazioni, di società – non può non tenere conto della crescente difficoltà di ascoltarsi, darsi ragione e cercare insieme la strada migliore per realizzare i progetti di cui si è portatori. Spero che non si cada mai nell’errore della pretesa autosufficienza e mi auguro un rapido rinsavimento della sinistra perché ce n’è bisogno, drammaticamente ormai.

Guai se si continua a pensare che la sistematica potatura di tutto ciò che è anche solo leggermente difforme, nei rami e nelle radici, serva a far crescere meglio l’albero. Al massimo produce un deforme bonsai.

 



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