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QUALE GIOVENTU?.

Ha suscitato un nutrito dibattito il corsivo di Massimo Gramellini pubblicato su La Stampa del 23 agosto scorso, intitolato "La molle gioventù". Il giornalista torinese scrive che se l'Italia è in mano ai vecchi, qualche colpa sarà pure dei giovani e cita a questo proposito le poco invidiabili statistiche sui ritardi con cui gli studenti italiani giungono - quando non abbandonano prima - alla laurea. E si chiede poi come mai, accertato da un po' di tempo come le lauree umanistiche producano soprattutto lavoratori precari e insoddisfatti, quando non disoccupati, le stesse continuino ad attrarre tanti giovani, a scapito di discipline scientifiche come matematica, fisica, biologia, snobbate dai più ma meglio spendibili sul mercato del lavoro.

In tanti hanno risposto a Gramellini sul sito de La Stampa, altri hanno dibattuto le sue tesi su vari blog, altri giornalisti hanno preso spunto dalla sue parole, come ad esempio Giampaolo Pansa, che nel suo Bestiario su L'espresso si lancia in una paternale del tipo "la scuola ai nostri tempi era una cosa seria...", "i giovani di adesso non hanno voglia di far niente...". Tra i giovani che hanno risposto a Gramellini c'è chi ha messo in dubbio l'appetibilità sul mercato del lavoro delle lauree da lui citate. Un'indagine di Almalaurea, un consorzio di più atenei italiani, pubblicata lo scorso febbraio, conferma che i laureati dell'area tecnico scientifica, a distanza di qualche anno dalla laurea, sono occupati in numero maggiore e in maniera meno precaria dei loro pari specializzatisi nell'area umanistica.

All'interno di queste aree ci sono però delle distinzioni ben precise: ad esempio gli ingegneri si trovano in condizioni decisamente migliori di biologi o geologi, mentre sull'altro versante buone possibilità si aprono per i laureati dell'area politico-sociale assai più che per i filosofi, ad esempio. In aumento in tutti i settori - ma questa è un po' la scoperta dell'acqua calda - il numero di lavoratori atipici, mentre davvero inquietante è la crescita del lavoro nero (il 7% dei neolaurati che lavorano).

Molti lettori hanno scritto rivendicando il diritto di ognuno a seguire le proprie aspirazioni. Un nobile principio, che però può dar luogo a cocenti delusioni. E allora meglio tenere i piedi per terra, studiare per il piacere di farlo, per arricchire il proprio bagaglio culturale e per acquisire metodo e apertura mentale. Senza che ciò implichi il rassegnarsi a fare un lavoro che non piace o peggio ancora a subire passivamente il mancato rispetto di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori.

Stefano Zanotto

 



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