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LE DONNE DI HERAT.

In Afghanistan c'è una regione, ai confini con l'Iran, in cui si registra una preoccupante statistica. Molte donne raggiungono gli ospedali della provincia di Herat in gravissime condizioni a causa di ustioni autoinflitte. Amnesty International e la Commissione Afgana Indipendente per i Diritti Umani sono impegnati in una campagna di informazione su questo problema di allarmante entità.

L'auto-immolazione delle donne è purtroppo un fenomeno diffuso in tutta l'Asia centrale e meridionale. La particolare concentrazione di questa pratica, truce usanza tradizionale ma anche oggetto di tabù sociale, richiama l'attenzione sulla provincia di Herat. Il regime talebano ha lasciato negli ultimi anni il posto a un governo locale non meno autoritario. Neanche il successivo avvicendamento al potere ha prodotto miglioramenti sociali tali da arginare il fenomeno. Anzi, dal 2001 si registra una crescita continua dei casi noti, cioè di quelli in cui le donne, presumibilmente in numero ridotto rispetto a quello reale, hanno la fortuna di raggiungere gli ospedali. Molte donne scelgono questo agghiacciante metodo per suicidarsi a causa delle terribili condizioni di vita a cui sono costrette. Vittime di matrimoni imposti, di violenze quotidiane, di condizioni di vita disumane. Esistenze tristi la cui disperazione si esprime in un gesto teatrale e raccapricciante.

Difficile capire, per chi guarda da lontano.

Il punto di vista occidentale non ha facile accesso a un tale atto di violenza autoinflitta, benché il sacrificio costituisca la base fondante della tradizione cristiana. Rinunciare a un bene offrendolo o affidandolo alle fiamme è la pratica comune a tutte le religioni. Esso aspira a rinsaldare un rapporto di comunione con la divinità. Il sacrificio del bene più grande, il proprio corpo, è l'estrema offerta. Il buddismo, dottrina notoriamente pacifista, lo tollera in rari casi, come accadde per i monaci di Saigon negli anni della guerra del Vietnam. In eventi come questi il fuoco è il mezzo attraverso cui l'uomo esprime la volontà di "dare luce", di indicare la via senza provocare danni al prossimo. Il mondo islamico assegna valenze diverse a un gesto che, sotto varie forme, ci viene tristemente restituito attraverso il fenomeno di quelli che chiamiamo, appellandoci con scioltezza a un'altra tradizione ancora, i kamikaze. Il sacrificio diventa segno di una volontà audace, volta al raggiungimento di una ricompensa futura a mezzo di una dimostrazione di forza nei confronti dell'avversario.

Al di là di questa incursione parziale e approssimativa su schemi simbolici in parte lontani, le donne di Herat stanno comunicando al mondo prima di tutto un disagio collettivo. Nelle pieghe del loro gesto, l'impatto scioccante di una realtà all'incrocio tra suicidio e sacrificio che merita l'approfondimento.

Eva Milano

 



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